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Giovani che entrano nel mondo del lavoro

Cosa spaventa i giovani che entrano nel mondo del lavoro?

Perchè molti giovani italiani espatriano

Pochi giovani e cervelli in fuga: i numeri

Le preoccupazioni legate all’ingresso nel mondo del lavoro dominano il panorama giovanile, con la paura di precarietà e retribuzione insoddisfacente, che si sommano ai timori di ricatti, molestie o vessazioni sul posto di lavoro, indicati dal 17,5% dei giovani secondo la recente ricerca “Giovani 2024: Bilancio di una Generazione” realizzata dal Consiglio Nazionale dei Giovani e dall’Agenzia Italiana per la Gioventù, con il supporto scientifico di EU.R.E.S. Ricerche Economiche e Sociali.

Tutto questo, in uno scenario che vede l’Italia confrontarsi con una sfida demografica di vasta portata e con un calo significativo della popolazione giovane. Negli ultimi due decenni, abbiamo assistito a una riduzione di quasi 3,5 milioni di giovani under 35, con un tasso di decremento di circa il 21%.

Anche la fuga di cervelli si manifesta in modo preoccupante, con quasi 18 mila giovani laureati italiani che hanno optato per l’espatrio nel 2021, un aumento del 281% rispetto al 2011.

Questi dati si accompagnano a una crescente instabilità nel mercato del lavoro, dove il precariato coinvolge il 41% degli under 35, evidenziando una condizione di incertezza e discontinuità lavorativa che affligge in modo particolare i più giovani.

 

Le paure dei giovani: incertezza e mancanza di tutele


E infatti per i giovani si passa dal timore di essere sfruttato, alla mancanza di tutele, fino a quello di dover vivere per anni nell’incertezza.

Del resto, i dati non sono rassicuranti: In Italia i giovani lavoratori del settore privato (5,5 milioni, pari al 91,5% dei giovani dipendenti totali) vivono una condizione di diffusa e crescente discontinuità lavorativa: il 40,9% degli under 35enni ha infatti un contratto precario (a tempo determinato o stagionale), contro il 59,1% con contratto stabile, cioè a tempo indeterminato o in apprendistato (erano il 59,4% nel 2018). Le nuove attivazioni contrattuali (2023), in linea con una tendenza trasversale del mercato del lavoro, tra gli under 30 risultano “precarie” nel 79,8% dei casi.

La precarietà contrattuale si traduce in una discontinuità strutturale sul piano lavorativo e salariale: nel 2022 solo il 39% dei giovani dipendenti del settore privato ha ricevuto 12 o più mensilità retributive dal datore di lavoro, mentre per il 32,7% il periodo retribuito è risultato inferiore a 6 mesi (il 19,5% “fino a tre mensilità” e il 13,2% “da tre a meno di 6 mensilità”), con effetti dirompenti sulla qualità e sui progetti di vita e, a lungo termine, sul futuro pensionistico.

 

Basse retribuzioni dei giovani, una problematica significativa

 

Sempre secondo il rapporto EURES 2024, nel 2022 la retribuzione lorda media annua dei giovani (15-34 anni) lavoratori dipendenti del settore privato ammontava a 15.616 euro  (9.546 euro nella classe “15-24 anni” e 18.447 in quella “25-34 anni”). Più in particolare i risultati retributivi si legano alla situazione contrattuale, con valori pari a 20.431 euro per i giovani con contratti stabili, a fronte dei 9.038 euro dei giovani lavoratori con contratti a termine e dei 6.433 euro tra gli stagionali. Differenziali significativi si rilevano inoltre in base al genere, con retribuzioni medie pari a 17.436 tra gli under35 maschi, contro 13.233 euro tra le femmine, così come a livello territoriale: al Sud, infatti, le retribuzioni medie dei giovani si attestano a 11.594 euro, contro i 14.722 mediamente percepiti al Centro e 17.692 euro dei giovani del Nord. 

Per i giovani lavoratori le retribuzioni risultano in crescita, a livello nominale, rispetto al 2018 tuttavia, considerate al netto dell’inflazione, le variazioni assumono un segno negativo.

 

Paura di non avere esperienza e non riuscire a crescere

 

Un’altra preoccupazione diffusa tra i giovani è legata alla mancanza di esperienza. Spesso raccontano di sperimentare un senso di inadeguatezza e di sentirsi sottovalutati a causa della loro giovane età o perché temono di aver acquisito poche competenze.

Questo alla lunga può minare la fiducia in sé stessi e generare insicurezza sul proprio valore.

Se guardano poi al futuro, temono la mancanza di opportunità di crescita e di sviluppo professionale, il trovarsi in posizioni stagnanti, senza possibilità di avanzamento di carriera. Ciò può portare a una sensazione di frustrazione e alla paura di essere intrappolati in un lavoro che non li realizza.

 

L’importanza dell’equilibrio tra vita privata e professionale

 

Infine, soprattutto dopo la pandemia, il mantenimento dell’equilibrio tra lavoro e vita personale costituisce ormai un must e anche una preoccupazione crescente. Siamo nella cosiddetta Yolo Economy, dove Yolo è l’acronimo di “you only live once”, che letteralmente significa “si vive una volta sola”.

Con l’avvento della tecnologia e della connettività costante, molti si sentono costantemente sotto pressione, sempre disponibili iperconnessi e produttivi e temono la mancanza di tempo da dedicare a se stessi, agli amici e alla famiglia.

 

Cosa possono fare le aziende per attrarre i giovani talenti

Per tutti questi motivi le scelte lavorative sono influenzate sempre più, oltre che dalla remunerazione, dalla volontà di trovare imprese con una visione cooperativa, luoghi di lavoro inclusivi, dove ci sia interesse, bilanciamento e cura verso il welfare e il benessere dei propri dipendenti

Ecco che le aziende, in tutto questo, possono fare molto.

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