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Il mercato retributivo italiano: lo stato dell’arte

Conoscere il mercato delle retribuzioni nel settore in cui si opera è fondamentale, sia per le aziende che per gli addetti ai lavori.

 

Sono due, in particolare, le chiavi di lettura per valutare lo stato dell’arte delle retribuzioni italiane nel 2021 (e di conseguenza la loro possibile evoluzione): il fatto che la crisi sanitaria si sia accanita soprattutto sulle fasce di lavoratori più deboli (contratti a termine, giovani e donne) e quello che le normali dinamiche del mercato del lavoro siano state “congelate” temporaneamente in modo forzato dal blocco dei licenziamenti, per alcune aziende tutt’oggi attivo.

 

 

L’Italia a confronto con lo scenario internazionale

 

Lo stato dei fatti indica che il mercato delle retribuzioni è fermo ormai da cinque anni, con livelli retributivi che rendono il confronto con altri paesi del mondo poco edificante.

 

Nella classifica dell’OECD l’Italia si colloca al 23° posto su 36 paesi, con 39.189 dollari (lordi) di retribuzione annua media: decisamente sotto il dato medio di 48.587 che emerge dalle altre nazioni.

 

Non solo, il gap rispetto al top performer, il Lussemburgo, pari a circa 30.000 dollari, è decisamente maggiore rispetto a quello con il low performer, il Messico, pari a circa 22.000 dollari.

 

La situazione, di per sé, non sarebbe male se non fosse che, a fronte di un reddito che si colloca al 9° posto fra i paesi dell’Eurozona, l’Italia è al 6° posto per aliquota fiscale media (31,6%) e addirittura al 3° per peso del “cuneo fiscale” medio (48%), cioè del peso di tasse e contributi sul costo del lavoro.

 

Il periodo di pandemia ha per altro acuito questo gap con i principali paesi europei. Rispetto alla media europea, il calo registrato su scala nazionale riguarda non solo le ore lavorate, ma anche la percentuale di salario dovuta alla perdita di occupati (dove l’Italia registra un -7,6 a fronte di un valore medio di -6,3%).

 

 

I valori del mercato retributivo italiano

 

Guardando all’Italia, nel primo semestre del 2021 l’Osservatorio JobPricing, attraverso il JP Salary Outlook, rileva che la retribuzione annua media lorda è stata pari a 29.469 € (nel 2020 era 29.222 €).

 

Dal 2015 al 2020 la variazione percentuale media annua è stata dello 0,4%, mentre nel 2021 la stima è dello 0,8%.

 

Gli operai sono la qualifica che ha retto meglio gli ultimi anni, in particolar modo beneficiando degli automatismi contrattuali dovuti ai rinnovi dei CCNL. Per questa categoria il trend medio annuo dal 2015 al 2020 è pari a 0,6% (la retribuzione fissa in media è di 24.995 €). Le retribuzioni dei dirigenti registrano un calo retributivo pari a -0,3% (RAL media di 101.311 €). A metà strada si posizionano i trend dei quadri (+0,5%, RAL media di 54.635 €) e degli impiegati (+0,2%, RAL media di 30.967 €).

 

 

Il compensation mix

 

Se per la retribuzione fissa si è visto un mercato stagnante, lo stesso non si può dire per quella variabile, almeno fino al periodo pre-pandemico. Non solo è aumentata la quota di retribuzione, ma anche l’eleggibilità a un sistema che determina l’erogazione di un variabile (individuale o collettivo che sia), fino al 54% del 2019.

 

Come tuttavia prevedibile, negli ultimi due anni i lavoratori che si sono visti riconoscere queste somme sono diminuiti a tutti i livelli contrattuali. La crisi sanitaria, infatti, oltre a imporre una maggiore cautela nella gestione del costo del personale, ha chiaramente impedito a molti datori di lavoro di raggiungere quei target collegati all’eventuale erogazione di incentivi e bonus aggiuntivi rispetto alla RAL.

 

Le retribuzioni variabili sono calate per i dirigenti del 2,5%, per i quadri del 6,9%, per gli impiegati del 24%, per gli operai del 44%.

Oggi il compensation mix prevede comunque una netta predominanza della quota fissa del variabile. Nel 2020, per ogni 100 € guadagnati da un dirigente 9,80 € sono una quota variabile, 4,90 € se si tratta di un quadro, 1,60 € e 0,50 € se ti tratta di un impiegato o di un operaio.

 

In aggiunta a retribuzione fissa e variabile, è fondamentale considerare nel Total Compensation la presenza dei benefit e del welfare. Nel primo caso oltre il 70% di dirigenti e quadri percepisce almeno un benefit, il 46% tra gli impiegati e il 21% tra gli operai. I benefit più diffusi sono i buoni pasto, strumenti di lavoro (ad esempio il cellulare o l’auto aziendale) e agevolazioni per gli spostamenti (viaggio-casa lavoro). Aumentano anche i benefit legati al mondo sanitario, previdenziale e assicurativo. Parlando di welfare, il 36% circa dei lavoratori percepisce una quota di welfare aziendale, in media pari a 1.005 €.

 

 

Dove è più remunerativo lavorare?

 

Guardando ai cluster di mercato che garantiscono i livelli retributivi più elevati, si può osservare come il luogo comune che dice che “lavorando in banca si guadagna di più” non è poi così sbagliato. In generale il mondo creditizio e assicurativo è il più redditizio, come lo sono parecchi settori in ambito industriale quali il tessile e il settore del legno e arredamento, e in particolare il farmaceutico e il segmento dell’oil & gas.

 

Lavorare nel mondo del commercio e dei servizi è invece meno remunerativo: in particolar modo i settori ho.re.ca., del turismo e in generale dei servizi alla persona si posizionano nella parte bassa della graduatoria retributiva nazionale. Il settore primario è in fondo alla classifica.

 

A cura di JobPricing.

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